Il saggio di Alberto Vanolo mostra come lo spazio urbano attuale è progettato solo per persone produttive e neurotipiche. Sono molte le barriere quotidiane che condizionano l’autonomia e il benessere sensoriale delle persone neurodivergenti e disabili. Come rivendicare il diritto a una città accessibile a qualunque corpo e mente? Ne abbiamo parlato durante il nostro terzo gruppo di lettura “Punto”.
Mercoledì 8 luglio 2026 abbiamo fatto il terzo incontro online con il nostro gruppo di lettura “Punto”.
Abbiamo analizzato il saggio “La città autistica” di Alberto Vanolo (Einaudi, 2024). L’autore insegna geografia all’università. In questo libro usa l’autoetnografia: un metodo di ricerca che unisce la propria esperienza personale allo studio della società. Vanolo racconta Torino camminando con suo figlio Teo, che ha 9 anni ed è autistico.
Il libro mostra chiaramente quanto poco siano accoglienti le nostre città. Eppure, secondo noi, l’opera si ferma a metà strada. Non usa tutto il suo potenziale politico. Forse l’autore ha accettato troppi compromessi per vendere il libro con una grande casa editrice generalista come Einaudi?
Ecco cosa è emerso dal nostro incontro. Alla fine c’è una bibliografia per approfondire.
1. Le parole della lotta: una mappa per capire
Definiamo subito i concetti politici emersi durante il dibattito. Spesso i testi accademici li usano male o non li spiegano affatto.
Il modello sociale della disabilità
Questa è la base di tutte le nostre lotte. Dice che la disabilità non è una malattia o un difetto del corpo da curare (questo è il modello medico). La disabilità nasce quando un corpo o una mente non conformi si scontrano con un ambiente inaccessibile. La società progetta le città solo per chi produce. Quindi è la società che rende disabili le persone, non il loro corpo.
La teoria crip (“crip theory”)
Questo filone di studi unisce le lotte delle persone con disabilità alle teorie queer. “Crip” in inglese è un insulto che significa “storpio”. Chi fa attivismo si è appropriato di questa parola per fare rivoluzione. Nel 2006 Robert McRuer ha scritto il libro fondamentale “Crip Theory”. Questa teoria distrugge l’idea stessa di normalità ed efficienza. Rivendica la bellezza di avere un corpo e una mente che non seguono le regole della maggioranza. La normalità è solo un’invenzione economica per sfruttare le persone.
La “neuroqueerness”
Questo concetto unisce la neurodivergenza al rifiuto delle norme sociali e di genere. Le persone “neuroqueer” rifiutano di recitare la parte che la società ha scritto per loro. I testi di Nick Walker su questo tema cambiano completamente il modo di guardare la realtà.
2. Le brochure delle amministrazioni contro la realtà del labirinto
Lo spazio in cui ci muoviamo non è mai neutro (lo abbiamo visto durante il secondo incontro di “Punto”, in cui abbiamo letto “Lo spazio non è neutro” di Ilaria Crippi).
Giada ha ricordato i 10 modelli di città descritti dall’analisi sociologica di Giandomenico Amendola. Ognuno di questi modelli mette al centro una funzione e dimentica le altre. Eccoli, con le nostre critiche:
- La città sostenibile: promette aria pulita e piste ciclabili. Ma si preoccupa anche del benessere sensoriale e cognitivo delle persone?
- La città-impresa: misura tutto con la competizione e il profitto. Se non produci abbastanza o non lavori velocemente, diventi un peso.
- La città-spettacolo: organizza festival ed eventi continui per farsi pubblicità. In questo modo esclude chi non regge la folla o il rumore.
- La città cosmopolita: si descrive come aperta e globale. Ma cancella dalla foto ufficiale le persone povere o marginalizzate.
- La città “alla carta”: vende servizi tramite applicazioni e piattaforme. Promette libertà, ma divide ancora di più le persone.
- La città ubiqua (“smart”): riempie le strade di schermi, sensori e notifiche. Dà troppe informazioni.
- La città bella: si concentra solo sull’estetica e sulle facciate dei palazzi. Quando la ristrutturazione finisce, la città perde la sua anima e diventa identica a tutte le altre.
- La città sicura: usa telecamere, cancelli e vigilanza. Non crea spazi dove le persone possono orientarsi e aiutarsi a vicenda.
- La città amica: progetta lo spazio partendo dall’infanzia. L’idea è ottima: se un posto è sicuro per chi ha 8 anni, lo è per tutta la comunità. Ma spesso queste oasi rimangono solo nei quartieri delle persone ricche.
- La città di chi la abita: promette partecipazione e ascolto. Ma chi partecipa davvero? Spesso solo chi ha tempo e privilegi.
Le amministrazioni comunali usano parole alla moda come “città green” o “città dei 15 minuti” per attirare flussi turistici e investimenti. Questo è lo sguardo di chi pianifica dall’alto (lo “sguardo di Icaro”). Questo sguardo ignora chi vive nel labirinto quotidiano (il “Dedalo”). Fuori dalla propaganda, gli affitti aumentano, le case popolari cadono a pezzi e i trasporti pubblici non funzionano.
In Italia vive almeno mezzo milione di persone autistiche. Chi abita nelle grandi città subisce ogni giorno un rumore insopportabile e troppi stimoli visivi. Chi vive nelle zone di campagna e montagna, invece, deve viaggiare per ore solo per andare a scuola o per visite mediche. In entrambi i casi, è il territorio a isolare e disabilitare queste persone.
Giada ha spiegato un dettaglio importante sul titolo del libro:
“La formula ‘città autistica’ o ‘architetture autistiche’ è stata inventata in passato dall’architetta Maria Kaika. Serviva a descrivere i grattacieli freddi e specchiati delle multinazionali, che ignorano il quartiere intorno. Vanolo prova a riprendersi questa parola con un’intenzione politica. Però la sua analisi della città resta troppo vaga e educata. Accenna ai problemi dei territori isolati, ma poi preferisce concentrarsi su se stesso e sulla propria relazione con Teo.”
Questa parzialità dello sguardo ha fatto arrabbiare la base militante del nostro gruppo. Lara ha raccontato la sua esperienza all’università:
“Durante un corso sull’urbanistica sostenibile, chi insegnava ha presentato la bicicletta come l’unico futuro possibile per muoversi in città. Io mi muovo in sedia a rotelle ed ero l’unica persona con disabilità visibile in aula. Ho fatto notare che per me la bici è inutilizzabile. La risposta di chi faceva lezione è stata agghiacciante: ‘Nella nostra città ci saranno comunque eccezioni per le persone malate’. Anche le utopie ecologiche sono progettate per corpi sani, vedenti, udenti, senza disabilità e neurotipici. Trattano la diversità come una deroga pietosa e non come se facessimo parte della popolazione.”
Silvia ha invece mostrato come l’organizzazione sociale può fare la differenza, portando l’esempio di Zurigo. In quella città, una fitta rete di trasporti pubblici e un vicinato “presente” permette di muoversi in totale libertà fin dall’infanzia. Lo stesso succede a chi ha difficoltà cognitive.
3. Passeggiate torinesi e sguardi che osservano
Nel saggio, le passeggiate a Torino diventano un gioco. Vanolo e Teo toccano i lastroni di pietra o seguono i binari del tram come linee geometriche. Ma questo racconto ha un lato pericoloso, perché l’autore non è autistico come il figlio: è “allistico” (cioè non autistico).
Valentino ha espresso un forte dubbio antropologico:
“L’autore cita il film ‘Smoke’ e la storia della persona che fa fotografie sempre allo stesso incrocio. Tratta i comportamenti ripetitivi di Teo come se fossero una mostra d’arte o un esperimento scientifico. Questo è uno sguardo coloniale. Significa guardare un’altra persona come un oggetto strano e affascinante da mettere in mostra in libreria, senza disturbare davvero la coscienza di chi legge.”
Anche l’episodio della bicicletta ha scatenato un forte dibattito. Silvia si è sentita ferita:
“L’ossessione di insegnare a tutti i costi ad andare in bici a chi, già in tenera età, esprime un rifiuto è una violenza. È l’imposizione della norma delle persone neurotipiche. Perché dobbiamo forzare un corpo solo perché la società si aspetta quell’azione a una determinata età?”
Al contrario, Jenny ha interpretato il gesto come una ricerca di libertà:
“Nella mia provincia la bici serve per muoversi e fare amicizia. Vanolo voleva solo dare a Teo uno strumento di autonomia in più, mostrando che esistono alternative come il monopattino.”
4. L’ingegneria del comportamento e il peso del silenzio accademico
Un altro scontro ha riguardato la critica alla terapia ABA (“Applied Behavior Analysis”, cioè “Analisi del comportamento applicata”). L’ABA è un metodo nato nel secolo scorso per “educare” (ma sarebbe meglio dire “riprogrammare”) le persone autistiche. Usa premi per eliminare i comportamenti considerati “strani” o atipici (da chi? dalle persone allistiche, ovviamente). Da sempre la psichiatria usa questi metodi per rendere i corpi conformi, ubbidienti e pronti per il mercato del lavoro.
Vanolo liquida l’ABA dopo pochissime pagine, pur esprimendo dubbi critici.
Lara e Valentino hanno svelato perché spesso chi lavora nell’università tace su questo tema, o si esprime in modo poco deciso:
“Se chi insegna all’università criticasse l’ABA in modo radicale, subirebbe forti attacchi dalla comunità medica e dalle associazioni delle famiglie. Chi fa ricerca o clinica tende a esprimere delle posizioni difendibili e a evitare di scatenare un putiferio, come purtroppo può accadere quando si prendono pubblicamente posizioni radicali sull'ABA. Per lo stesso motivo difficilmente scriverà testi duri e rivoluzionari come ‘Introfada’ di Hamja Ahsan.
Molte famiglie finiscono per assumere anche atteggiamenti abilisti perché lo Stato le lascia sole, senza aiuti economici né formazione. Inoltre, spesso non hanno la possibilità di scegliere terapie alternative. Infine, in alcune zone c’è o viene rimborsata quasi esclusivamente l’ABA e gli interventi basati sui principi dell’ABA continuano a occupare una posizione privilegiata nelle linee guida e nei sistemi di rimborso.”
Anche l’uso di alcune parole ha creato fastidio. Elena ha spiegato che persino chi fa attivismo ed è celebre all’estero (come Devon Price) confonde a volte i termini:
- “neurodiversità”: indica la varietà biologica di tutti i cervelli umani (tutte le persone sono neurodiverse tra loro, come la biodiversità)
- “neurodivergenza” indica un cervello che non si adatta alla norma imposta dalla società (come il cervello autistico o ADHD).
Silvia ha inoltre rifiutato la parola burocratica “caregiver”:
“Io sono una madre. Non sono un’assistente sanitaria o una terapista. Mia figlia ha bisogno di amore e relazioni familiari, non di fare riabilitazione a ogni ora del giorno.”
5. Abitare lo spazio di mezzo: tra la bolla e il mercato
L’incontro si è chiuso parlando di strategia di posizionamento politico. Elena ha descritto una fatica quotidiana:
“La via di mezzo scelta da Vanolo è un terreno scomodo. Il movimento attivista radicale dice che il saggio è troppo commerciale e ‘pop’. Il pubblico comune, invece, lo trova troppo strano o estremista. Ma se parliamo solo all’interno della nostra bolla di persone già convinte, la società non cambierà mai. Un libro pubblicato da un grande editore come Einaudi deve vendere, certo. Però è uno strumento di ‘svezzamento politico’ fondamentale per persone e famiglie che non sanno nulla delle nostre battaglie, e che si trovano sole di fronte a una situazione nuova e sconosciuta.”
6. Il buonsenso non è un bonus: l’autismo come lente per liberare lo spazio pubblico
Vanolo chiude il saggio proponendo quattro regole di base per costruire una città accessibile. Qui le semplifichiamo:
- Tagliare il caos sensoriale: azzerare i rumori molesti, le luci accecanti e gli odori forti nei luoghi pubblici. Ridurre gli stimoli inutili è fondamentale per chi soffre di sovraccarico cognitivo.
- Garantire l’accesso universale: progettare ogni spazio, servizio ed esperienza in modo che chiunque possa usarli, senza barriere fisiche o mentali per la popolazione neurodivergente.
- Accogliere la stranezza: aprirsi alle differenze e all’eccentricità delle condotte non violente. Il rispetto per la pluralità dei modi di essere non deve dipendere da diagnosi mediche, certificati o etichette sanitarie.
- Liberare l’immaginazione urbana: incoraggiare la sperimentazione di percorsi alternativi per cambiare, stravolgere e abitare la realtà cittadina fuori dai binari stabiliti.
In realtà, queste richieste non sono rivoluzionarie: sono semplici regole di convivenza civile e di cura reciproca. Proprio per questo, il titolo “La città autistica” rischia di confondere chi legge. Non vogliamo un micromondo separato o una riserva protetta per la popolazione neurodivergente.
Al contrario, pretendiamo una città del tutto aperta. Uno spazio progettato fin dall’inizio per accogliere ogni corpo e ogni mente, senza fare distinzioni. È questa la posizione anche di Alberto Vanolo, in fondo: l’autismo diventa una lente politica per reclamare l’accessibilità dello spazio pubblico per chiunque. Rifiutare l’ossessione per la prestazione e progettare spazi inclusivi non è un regalo per poche persone, ma l’unico modo per garantire una vita comune migliore a tutta la cittadinanza.
Abbiamo concluso l’incontro senza la solita retorica del “domani cambierà tutto se solo lo vogliamo”. La verità emersa dall’incontro è più scomoda: la città perfetta per ogni corpo e per ogni mente non esiste. Non c’è un’utopia urbanistica già pronta, anche perché spesso le necessità di chi abita lo spazio pubblico sono opposte. Ma esistono modi per costruire una città, e una società, più accoglienti per ogni persona (non solo quelle autistiche).
Il valore del saggio di Vanolo, pur con i suoi limiti, sta nell’aver portato il conflitto fuori dalla nostra “bolla”. La nostra scommessa è la stessa. Vogliamo ridisegnare le mappe partendo dalla realtà di tutti i corpi e le menti.
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Un po’ di bibliografia per approfondire
- Amja Ahsan, “Introfada”, ADD, 2019.
- Dionigi Albera, “Lampedusa. Una storia mediterranea”, Donzelli, 2025.
- Christopher Alexander, “A City is Not a Tree”, in Architectural Forum, 122 (1–2), 1965.
- Giandomenico Amendola, “Tra Dedalo e Icaro. La città contemporanea”, Laterza, 2010.
- Mark Fisher, “Realismo capitalista”, Nero “Not”, 2018.
- Leslie Kern, “La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini”, Treccani, 2021.
- Ivan Illich, “La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo”, Mondadori, 1974.
- Alberto Manguel e Gianni Guadalupi, “Dizionario dei luoghi fantastici”, Archinto, 2010.
- Eleonora Marocchini, “Neurodivergente. Capire e coltivare la diversità dei cervelli umani”, Tlon, 2024.
Robert McRuer, “Robert McRuer, Teoria crip. Segni culturali di queerness e disabilità”, Odoya, 2023. - Marge Piercy, “Donna sul filo del tempo”, Sur, 2025.
- Devon Price, “Svelare l’autismo. Il potere di abbracciare le nostre diversità”, Mondadori, 2025.
- Kim Stanley Robinson, “Trilogia di Marte. La serie completa”, Fanucci, 2023.
- Nick Walker, “Neuroqueer. Autismo e futuri postnormali”, ETS, 2025.
- Donna Williams, “Nessuno in nessun luogo. La straordinaria autobiografia di una ragazza autistica”, Armando, 2002.
- Frank Lloyd Wright, “La città vivente”, Einaudi, 2013.
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